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Ribadire che Otranto è la città più orientale d'Italia può
risultare - per quanto geograficamente ineccepibile - un luogo
comune. Ma è indubbio che questa speciale realtà topografica ha
condizionato da sempre, nel bene e nel male, la storia e il
ruolo di questo centro.
Le recenti prospezioni archeologiche hanno infatti rilevato la
"presenza di ceramica ad impasto associata a vasi micenei"
in un periodo compreso tra l'età del Bronzo recente e quella del
Bronzo finale (fine sec. XIII-XI sec. a.C.), quando le "alture
calcaree di Otranto erano occupate da gruppi di capanne
costruite con strutture di pali impiantati nella roccia e
rivestimento di rami e frasche": Otranto conserva dunque
alcune tra le più precoci testimonianze di rapporti con le
popolazioni dell'area egea.
Tracce di insediamenti di questi secoli sono state rinvenute in
via Faccolli (una traversa della via per Giurdignano) e
in prossimità della
Basilica bizantina di S. Pietro, in pieno
centro storico: due zone distanti tra loro che indicano
un'occupazione del suolo diffusa e ben più ampia dell'area
delimitata dalla città medievale.
Ulteriori tracce sono state individuate in via delle Torri dove
lo scavo ha permesso di stabilire un uso dell'area a partire dal
V sec. a.C. fino a tutto il periodo medievale. Nell'insenatura
del porto uno dei due siti esplorati ha restituito tracce di un
insediamento "a capanne riferibili alla metà del VII sec.
a.C."; in tutti i casi il materiale archeologico rinvenuto
testimonia intensi e sempre precoci contatti col mondo egeo. Il
ritrovamento più interessante, dal punto di vista artistico, è
un cratere a figure rosse "opera di un artigiano
ateniense: il pittore di Pan, attivo tra 480 e 460 a.C.".
Sono stati allo stesso modo assodati i rapporti di questa fase
embrionale di Otranto con l'entroterra salentino; la città, se
così impropriamente, vogliamo chiamarla, costituiva l'approdo
adriatico di due importanti centri messapici: Muro e Vaste. Ma è
il contatto col mondo ellenico a imprimere al "mondo indigeno
del Salento una più rapida evoluzione"; scambi e commerci
permisero, qui, "il formarsi di un'aristocrazia sempre più «ellenizzata», prova ne sia l'importante ipogeo delle Cariatidi
di Vaste (seconda metà del IV sec. a.C.). L'origine dello tesso
nome della città è antichissimo; l'Alessio, negando che questo
derivi dall'Idro, il nome del fiumicello che attraversa
la valle omonima e sbocca nella spiaggetta a ponente dell'abitato,
afferma, invece, come il nome di Otranto continui "con
tradizione ininterrotta un mediterraneo Òdronto che
indicò in origine un'altura a ridosso del porto", quella, per
interdersi, dove sorge la chiesetta di S. Pietro e dove sono
state rintracciate le reliquie più antiche dell'abitato:
l'altura che individua l'acropoli della polis ellenizzata
e nella quale, specialmente nello spessore di costruito tra la
via bastione dei Pelasgi e corso Garibaldi, è ancora
rintracciabile un'occupazione regolarissima del suolo quasi
contrapposta all'andamento ir-regolare della parte più bassa,
quella che attualmente ha nella
Cattedrale il fulcro centrale.
Ma è dell'Hydruntum romana che abbiamo notizie meno
frammentarie; diventata municipium, contese a Brindisi,
alla quale fu collegata col prolungamento della via Traiana, il
ruolo di porto principale verso la Grecia. È probabile che in
questo periodo l’abitato si sia consolidato occupando in modo
organico l’attuale area del centro storico con appendici
funzionali di carattere commerciale e funerario; infatti la
necropoli della città romana era ubicata nei pressi di via
delle Torri, dalla quale sono emerse iscrizioni e corredi
funebri di età augustea a flavia. Non si sono ancora rinvenuti
elementi certi per stabilire il carattere e l'estensione della
cinta fortificata.
Tra le memorie più importanti del periodo romano sono due basi
marmoree con epigrafi latine che ricordano due imperatori, M.
Aiuti Antonino e L. Aurelio Vero (II sec. d.C.), forse basi di
colonne onorarie - come è possibile vedere in alcune stampe
antiche - ora utilizzate come piedritti dell'arco del
palazzetto Arcella in corso Garibaldi al civ. 41. Col tempo
scalo otrantino prese il sopravvento su quello di Brindisi per
le rotte orientali.
Questa realtà si consolida in età paleocristiana: famosa è la
testimonianza di S. Paolino Bordeaux vescovo di Noia che in un
carme evocherà il viaggio verso l'oriente di un pellegrino
eccellente (Niceta di Remesiana), imbarcato proprio ad Otranto
dove "una grande comunità monastica, con schiere di vergini,
frati e suore, inneggerà al passaggio del santo evangelizzatore
dei Balcani".
Siffatta testimonianza letteraria, come scrive G. Uggeri, va
confrontata con le coeve testimonianze archeologiche, catacombe
da una parte, cellette anacoretiche dall'altra: solo così si ha
la prova concreta di un consolidamento del Cristianesimo ad
Otranto, "coagulo degli intensi contatti tra Roma e
Costantinopoli.
Al suo primo diffondersi il Cristianesimo fu certamente favorito
dalla rilevante presenza ebraica attestata già dal III secolo;
presenza che sarà sempre cospicua fino a tutto il medioevo.
Le catacombe si concentravano nella
collina di S. Giovanni
attorno ad un complesso principale ora in gran parte distrutto
dall'apertura dl una strada che conduce ai
laghi Alimini.
Alla fine dell'XI sec. sorse, lontano dall'abitato, l'Abbazia di
S. Nicola di Casole, il "centro del monachesimo greco o,
meglio italo-greco in Puglia", una delle realtà culturali più
importanti del medioevo cristiano, divenuto tra il 1347 e il
1438 il più ricco monastero dell'Italia meridionale. La sua
ricchissima biblioteca dalla quale uscirono numerosi codici che
attestano i profondi legami con l'Oriente, contribuì alla
riscoperta e alla conservazione di molti testi dell'antichità
classica; nelle sue mura nacque una letteratura italo-bizantina,
della quale furono esponenti illustri Nettario-Nicola di Casole
abate del monastero dal 1219 al 1235, il notaio imperiale
Giovanni Grasso e il figlio Nicola.
Nel frattempo la situazione politica era mutata; già alla metà
dell'XI sec. i normanni e i loro alleati avevano conquistato
buona parte della Puglia e nel 1042 solo Taranto, Brindisi e
Otranto rimanevano fedeli ai bizantini. L'ultima città a cadere
nelle mani dei nuovi dominatori nel 1064, fu proprio Otranto. I
bizantini, consci dell'importanza strategica del loro antico,
possedimento cercarono più volte di riprendersi Otranto ma con
la caduta definitiva di
Brindisi (1071) ebbe termine
definitivamente il dominio bizantino sull'Italia meridionale. I
normanni non umiliarono certamente la dignità culturale e
strategica raggiunta da Otranto; né, durante il loro dominio e
in quello della successiva stirpe sveva, il rito e con questo la
cultura italo-greca ebbero soluzioni di continuità. Ancora una
volta la posizione geografica determina i destini della città:
furono infatti ridefinite le strutture difensive (mura e
castello) che probabilmente racchiudevano anche l'area in mi
rispondenza di via delle Torri; nel 1088 si consacrava
la grandiosa
cattedrale che dopo appena un secolo sarà provvista
del mosaico pavimentale di Pantaleone, sintesi geniale della
tradizione culturale occidentale e orientale pertanto il
"prodotto artistico" più significativo, espresso dalla
millenaria storia della città. Negli anni della dominazione
normanna il porto di Otranto ospitò più volte i cavalieri
cristiani delle Crociate. Per la quinta Crociata nel 1227 in
città arrivò lo sfarzoso corteo di Federico II, segnando un
periodo estremamente movimentato nella storia di Otranto che si
colloca direttamente all'interno della lotta tra il papato e lo
svevo: nel 1256 il papa invia agli otrantini una lettera nella
quale, tra l'altro, autorizza la costruzione e la riparazione di
mura e torri nonchè l'armamento del porto. Dal testo
dell'importante documento si evince come la città avesse il
diretto dominio su un vasto territorio (i laghi Alimini erano
già stati concessi alla Mensa vescovile) composto di casali e
feudi che, come la città, erano soggetti unicamente alla
Chiesa romana. Come nel successivo periodo angioino, i continui
restauri ai quali era soggetto il castello regio,
l'importanza attribuita al porto dove operava un discreto
arsenale, testimoniano il prestigio sempre alto attribuito ad
Otranto. Non era un caso che qui stanziava una numerosa comunità
ebrea (a metà del XII sec. si parla addirittura di cinquecento
unità) che partecipava attivamente all'intensa attività
mercantile della città.
Nel 1447, siamo in piena età aragonese, Otranto contava 253
fuochi, oltre 1200 anime, segnalandosi come una tra le città più
popolose di tutta terra d'Otranto ove si pensi che, nello stesso
anno Gallipoli aveva 160 fuochi e Ugento 119 e che soltanto
Galatina, Nardò e Lecce avevano contingenti demografici
superiori. L'occupazione turca del 1480 trovò una città in piena
evoluzione demografica e quindi economica, un centro culturale
ancora floridissimo grazie anche all'ininterrotto apporto del
monastero di Casole.
Quel tragico evento seguiva l'enorme impressione che la caduta
di Costantinopoli (1453) aveva suscitato in tutto l'Occidente
conscio e atterrito dai progetti espansionistici di Maometto II
(1451-81). Il momento era il migliore: gli Stati italiani erano
incapaci di costituire una forza militarmente e politicamente
significativa da contrapporre alle minacce dell'Islam; nel 1479
dopo una lunga guerra tra il turco e Venezia è firmata la pace
determinando la neutralità della Serenissima che comunque aveva
motivi di ostilità nei confronti di Ferdinando re di Napoli
(1458-94). Il turco sapeva inoltre che le armate aragonesi e
quelle dello Stato pontificio erano impegnate dal 1478 in guerra
contro Firenze. In questo quadro generale si colloca il
proposito turco di occupare un lembo strategicamente
significativo del Salento come testa di ponte per insidiare le
potenze cristiane: il 28 luglio 1480 all'orizzonte otrantino
un'enorme flotta composta di 150 imbarcazioni per una forza
complessiva di circa 18.000 uomini (Otranto in quell'anno non
contava più di 6.000 abitanti); lo sbarco avvenne nei pressi dei
laghi Alimini e il giorno successivo, il 29, i turchi avevano
già occupato il borgo e fatto razzie nei casali vicini. La
città, forse mal guarnita e difesa, non poteva resistere a lungo
all'impeto formidabile dell'artiglieria turca. Rifiutata la resa
gli otrantini opposero comunque un'eroica resistenza ma lo
squilibrio delle forze si palesò in tutta la sua gravità l'11
agosto quando dopo aver distrutto l'apparato difensivo della
città i turchi vi entrarono dalla parte del castello.
Incredibili furono le crudeltà commesse dagli assalitori contro
gli otrantini ormai inermi; con una proditoria irruzione nella cattedrale lo stesso giorno fu barbaramente soppresso l’anziano
arcivescovo Stefano Agricoli che incitava i superstiti alla fede
e alla morte. Il giorno dopo, 12 agosto, circa 800 otrantini che
avevano negato la conversione alla religione dell’Islam furono
orrendamente massacrati sul colle della Minerva. I turchi erano
ormai padroni di Otranto: da questa base scorrazzavano
indisturbati per tutto il Salento seminando terrore e morte fino
al Gargano. Nel frattempo la reazione aragonese stentava a
formalizzarsi anche perché Venezia persisteva nella sua
neutralità interessata e gli altri stati italiani
tergiversavano, dando ai turchi tutto il tempo di fortificare
Otranto secondo concetti difensivi avanzati.
L’inverno del 1481 passava intanto nelle vane promesse di aiuti
mentre i turchi ricevevano via mare rinforzi; alcune scaramucce
nell’entroterra e sulle acque non sembravano decidere le sorti
dell’occupazione: i turchi rimanevano saldamente padroni della
città nonostante gli attacchi che si facevano sempre più
frequenti provocando crudeli ritorsioni nei confronti degli
inermi cittadini che nel frattempo non erano stati massacrati o
fatti schiavi.
Con l’arrivo della buona stagione l’aragonese accelerò le
operazioni di assedio grazie agli aiuti da parte degli Stati
Italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro
sopravvivenza rappresentato dall’occupazione turca. Finalmente
il primo maggio si mise il campo presso Otranto con imponenti
apparati difensivi studiati da Ciro Ciri “maestro ingegnere” del
duca di Urbino, e dal francese Pietro d’Orfeo. I turchi si
sentono per la prima volta assediati da terra e dal mare dove
continua ad ingrossarsi la flotta “cristiana”; nello stesso
periodo sono privati della loro esperta e sanguinaria guida, Achmet Pascià, richiamato in patria per la morte di Maometto II
occorsa il 3 maggio, avvenimento che fu decisivo per le sorti
dell’assedio.
Privi di rinforzi e continuamente tallonati i turchi subirono il
23 agosto un violentissimo attacco che provocò nelle due parti
notevoli perdite umane costringendoli, dopo una disperata
resistenza, alla resa finché il 10 settembre 1481 restituirono
la città ormai ridotta ad un cumulo di macerie e della quale non
erano sopravvissuti che 300 cristiani.
Tredici mesi di operazioni belliche avevano sconvolto la città e
il suo territorio; distrutto il commercio e il
monastero di Casole, devastata la cattedrale e alterate le vie di
comunicazione. Impellente si presentò dunque agli occhi
dell’aragonese liberatore, il Duca di Calabria, il problema
della ricostruzione di Otranto che ora, dopo l’enorme risonanza
suscitata dall’avvenimento, assumeva anche un valore simbolico.
Si ricostruì la cattedrale e a partire dal 1485 il castello e la
cinta muraria che in buona parte sono quelli che ancora
ammiriamo.
L’ingresso via terra della città fu rinforzato da due robuste
torri circolari dette Alfonsine e sulle quali l'aragonese
fece apporre un'iscrizione commemorativa andata perduta; per
aumentare e gratificare la residua comunità otrantina furono
concesse alcune "grazie" eccezionali e notevoli esenzioni
fiscali. Nel punto più alto del colle della Minerva, luogo
dell'eccidio degli "800 martiri", fu costruito un tempio
dedicato a S. Maria dei Martiri "ex devotione illarum animarum",
affidato nella prima metà del 'S00 ai minimi di S. Francesco di
Paola. Si ricostruirono i conventi di S. Francesco, dei
domenicani e degli osservanti e, alla fine del '500 sempre
extra moenia, quello dei cappuccini.
Questo fervore ricostruttivo ebbe immediate ripercussioni
sull'andamento demografico e il 1539 la città contava già 638
fuochi, circa 3200 abitanti, confermandosi ancora una volta
come una delle realtà demografiche più importanti del Salento.
Nei primi del '500 dalle sue rinate e fiorenti "botteghe di
iconopittura" Otranto inviò per tutta Italia e nei paesi
balcanici le sue devote icone; esponenti celebri di questa
corrente artistica furono Angelo e Donato Bizamano.
La ristrutturazione urbanistica ed edilizia della città mostra
ancora i segni di questa fiorente epoca: stipiti, portali,
finestre (cfr. quella finissima di palazzo Maroccia o del
distrutto palazzo Carrozzini), elementi scultorei,
indicano una ripresa diffusa e costante, molto più consistente
di quanto comunemente si crede.
Un'inversione di tendenza si verificherà soltanto a partire
dalla seconda metà del '600 quando langue il commercio e
sembrano depresse le manifestazioni culturali: è come se la
città si raccogliesse su se stessa avendo perso qualsiasi
slancio espansivo. D'ora in poi, per molti decenni, le
testimonianze architettoniche di un certo rilievo potranno
cogliersi soltanto nell'architettura religiosa e particolarmente
nella
Cattedrale che continuava e continua a conservare alla
meditazione e alla fede dei posteri le reliquie del "martirio
degli 800" di quella tragica estate del 1480. |