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E’ uno degli edifici medievali del Mezzogiorno più legati alla a
tradizione costruttiva bizantina: ha infatti una pianta a croce
greca inscritta in un quadrato, con cupola all'incrocio dei due
absidi, di cui quella centrale più sviluppata, aggettanti.
Ricorda da vicino la Cattolica di Stilo e il S. Marco
di Rossano, edifici entrambi in Calabria. L'edificio
originario presentava una porta laterale e, probabilmente aveva
addossato una struttura absidata “che doveva fungere da
parecclesion". L'inter¬no, così come lo vediamo, è il risultato
di recenti restauri nel corso dei quali è stato demolito il
maggior altare costruito nella prima metà del '600; di questo è
rimasto la sola statua lapidea di san Pietro che alla base reca
la seguente epigrafe "CESARE PENNA DI LECCE SCOLPÌ/1635 Gen(n)aro".
Ma sono gli affreschi interni ad attirare la maggiore
attenzione. "La piccola a chiesa di San Pietro d'Otranto,
individuata da A. Guillou (1977) come la cattedrale della città
bizantina e datata dallo stesso fra la fine del secolo IX e gli
inizi del X secolo, ha rivelato con il restauro degli affreschi
diverse fasi di intervento, alcune delle quali di altissima
qualità pittorica.
La prima stesura è individuabile nelle due scene affrontate
della Lavanda dei piedi e dell'Ultima Cena, sulla
volta a botte della navatella nord-ovest. Tali affreschi datati
in maniera diversa dall'XI al XV secolo, sono stati restituiti
da Guillou e da Belting al X secolo.
Nella Lavanda dei piedi si ripropone la formula del
codice purpureo di Rossano adottata anche negli affreschi della
Cappadocia, in cui Cristo, con nimbo crocesignato e perlinato, è
rappresentato nell'atto di sollevare la gamba di San Pietro.
Questi è raffigurato seduto dinnanzi ad una bacinella colma
d'acqua, mentre si addita il capo con mano alzata traducendo
letteralmente il testo dell'evangelo "Non solo le mie mani, ma
anche la mia testa" (Giovanni 13,9).
In basso a destra è la figuretta di Giovanni colta nell'atto di
sciogliersi i calzari.
Fra la testa del Cristo e di Pietro si inserisce il passo del
vangelo di Giovanni (13,8-11) per la cui paleografia Guillou ha
notato strette corrispondenze con gli alfabeti adoperati negli
affreschi della Cappadocia della fine del IX, inizio X secolo e
con la stessa leggenda nella cappella d'Ayvali Kilise.
Nell'Ultima Cena, la mensa è a forma di semicerchio,
sulla sinistra domina idealmente la composizione la figura più
grande del Cristo, gli è accanto Giovanni, seguono gli apostoli
disposti non nel loro ordine di anzianità (con Pietro, Andrea e
Matteo vicini al Cristo) ma in un gioco di alternanze
cromatiche. Giuda con il braccio allungato sulla tavola, più
piccolo degli altri, privo di nimbo è isolato sul lato destro
dinanzi alla mensa, secondo una variante dello schema bizantino
che la Sandberg Vavalà pone in rapporto con l'iconografia
invalsa nelle province orientali dell'impero e soprattutto con
la Cappadocia, si pensi in proposito al Cenacolo di Qeledylar.
L'ambiente è indicato dagli elementi architettonici ai lati del
riquadro che sostengono un listello sul quale si avvolge la
tenda, motivo insolito dovuto per Guillou ad una errata
interpreta¬zione di un fondo di sce¬na come quello
dell'Evangelario della Biblioteca Nazionale di Parigi.
La tecnica coloristica e la maniera di modellare le figure
tramite contorni rigidi e schematici delle due scene idruntine
risulta essere affine, come ha già notato la critica, con il
pittore di nome Teofilatto che nel X secolo affresca l'Angelo
Annunziante nella cripta delle sante Marina e Cristina di
Carpignano. «Con tale direttrice di attività fra centri tra loro
distanti non oltre una ventina di chilometri (...) si è potuto
fissare un contesto stilistico che permette di stabilire
positivamente la 'versione italo-meridionale del linguaggio
figurativo bizantino» che si ricollega con lo stile cosiddetto
'arcaico' della Cappadocia. Corrente da ricollegare a quella
apparsa a Costantinopoli nella seconda metà del IX secolo e
rapidamente imitata e semplificata, oltre che in Cappadocia, in
Grecia a Castoria, a Cipro e nell'Italia Meridionale a riprova
della larga diffusione della cultura bizantina in tutto il mondo
greco-mediterraneo.
Quando l'amministrazione bizantina lascia l'Italia, ripiegando
davanti all'arrivo dei normanni, la popolazione greca,
soprattutto nel Salento, continua a mantenere vivi i segni di
una cultura di tipo orienta e. L'intervento di restauro ha
infatti confermato l'ipotesi avanzata da D. Wright e accettata
da Pace, secondo la quale, la Natività, la Pentecoste,
l'Anastasis, e uno degli Evangelisti dei pennacchi
si devono ritenere opere di un pittore metropolitano operante
intorno al 1300. A questi affreschi vanno aggiunti, nonostante
le diversità stilistiche, la Creazione della donna, di
cui si conserva solo l'Adamo disteso, la sottostante Vergogna
dopo il peccato, datati precedentemente al sex. XII e
accostati per alcuni dettagli iconografici, quali la forma
dell'albero, il rotulo tenuto da Cristo, alle scene della
Genesi della cappella Palatina di Palermo e della cattedrale
di Monreale (sec. XII).
Anche l'affresco nell'imbotte del braccio sud, raffigurante il
Battesimo di Cristo, pur presentando dettagli
iconografici simili al Tetraevangelo del codice Paris. Gr. 75,
foglio 95 (XII sec.) presenta motivi di marca occidentale: si
veda l'angelo vicino al Cristo con ginocchio posato sulla terra,
l'assenza del velo sulle mani del secondo angelo.
Anche gli altri due Evangelisti nei pennacchi sono
contemporanei, ne è riprova la presenza dell'identico intonaco
in cotto.
Anche gli altri due Evangelisti nei pennacchi sono
contemporanei, ne è riprova la presenza dell'identico intonaco
in cotto.
Gli affreschi in questione hanno rivelato in seguito
all'intervento restaurativo, una elevata qualità materica, per
la presenza di lapislazzuli e azzurrite. Le stesure pittoriche
nell'edificio continuano fino a giungere alle tempere
cinquecentesche, quali la Presentazione al Tempio sul
lato destro, e figure di Santi sugli pseudocapitelli (da
AA.VV., Restauri in Puglia 1971-81, Fasano 1983, pp. 132-35)." |